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Le Interviste di Allinfo.it | Intervista con Matteo Troilo

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Matteo Troilo dalla sua Genova, indossando il vestito migliore, quello che solo un cantautore sa come cucirsi addosso alla perfezione,  racconta di sé e delle emozioni che filtra fin da quando era bambino. Illuminante la prima volta in cui ebbe la fortuna di imbattersi con la sua chitarra nei testi di Fabrizio De André. Un artista da amare per sempre e, perché no, da omaggiare con una tribute band visto che dal 2016 ha fondato la London Valour Tribute band Fabrizio De André. Ma questa band accompagna in musica solo la sua vita recente.

Per conoscere  meglio il suo passato d’artista lo abbiamo intervistato.

Mi colpisce la definizione che nella tua biografia dai alla musica.
 Strumento di appartenenza e comunicazione. 
Una strada a metà fra istinto e ragione?

Grazie per questa domanda, sono felice che tu abbia colto proprio questo aspetto.
Più che a metà forse si può dire, in partenza, pienamente d’istinto: da quel groviglio, subbuglio interiore, turbolenza dell’anima che ha bisogno di un canale, di un mezzo per esprimersi e condividersi e in questo modo prendere forma, definirsi e farsi presenza.



Il tuo rapporto con la scrittura e quello con la composizione?

Quasi sempre per me sono un tutt’uno. Difficilmente per me l’una può esistere ed esprimersi senza l’altra.
Una genera l’altra, creandosi insieme.
Tranne in un paio di rari casi, le mie canzoni nascono insieme testo e musica, perché quel testo, quella parola, e solo quella, è giusta per quella melodia e per quello che voglio esprimere in quel momento.
Ho delle storie in testa, delle immagini, che vengono evocati dalla musica e viceversa, e quello che provo a fare nelle mie canzoni è proprio questo: rappresentare e suggestionare queste immagini in chi le ascolta.
Il mio modo di scrivere e di comporre si è modificato molto nel tempo, in tutti questi anni, ed è stato un lavoro sempre più di sottrazione, soprattutto per i testi, sempre più mirato all’essenza. Oggi i miei testi sono molto più asciutti, rispetto alle prime canzoni.
Avevo 16 anni quando ho cominciato a scrivere le mie prime canzoni e a quei tempi volevo dire, descrivere tutto quello che avevo in testa, ogni dettaglio. Poi, anni fa, un caro amico mi disse “Tu scrivi troppo, parli troppo nelle tue canzoni. Lascia più spazio, svuota. Lascia la possibilità a chi ti ascolta di respirare, di immaginare quello che vuoi dire. Se già glielo racconti tutto tu, nei dettagli, che cosa gli rimane della poesia e della sua immaginazione..?”. E così è quello che ho provato a fare negli anni fino ad oggi.
Da adolescente volevo assolutamente che gli altri capissero quello che volevo dire, era una comunicazione “unidirezionale”. Oggi invece voglio condividere emozioni, sensazioni, trovare quindi il modo di viverle con chi ascolta. Ascoltarle insieme. La musica, l’arte, è condivisione di bellezza.
Negli ultimi tempi poi, in particolare in questi ultimi due anni dal 2018, con il progetto London Valour Tribute Band Fabrizio De André, è cominciata una collaborazione con Il Teatro Sipario Strappato di Arenzano, la cui direttrice è Sara Damonte, e con il regista Lazzaro Calcagno, il quale prima ancora che un grande artista, di grande sensibilità e rigore, considero soprattutto un grande amico. Questa è stato, ed è, un passaggio molto importante del mio percorso artistico, in quanto grazie a lui e alla collaborazione che si è creata e sviluppata, ho avuto modo di approfondire ulteriormente, accrescere ed affinare maggiormente le mia creatività, la mia scrittura e la percezione della bellezza, non solo nella musica.
Un cammino che insieme alla compagnia Dell’Antico Teatro Sacco di Savona, ha visto e vedrà percorrere diverse tappe dello spettacolo “La Collina di Spoon River e le canzoni di Fabrizio De André” e che ci ha portato, tra le altre, ad Olbia nel 2018 per la rassegna “Sul filo del discorso” e a Milano nel 2019, presso il Teatro Pacta. Mentre a breve, appena sarà possibile riprendere la normale programmazione degli spettacoli teatrali, in seguito allo stop subito a causa dell’emergenza Covid-19, debutterà sul palcoscenico anche il nuovo e coinvolgente spettacolo “La Liguria dei poeti: tra cielo e mare”, un viaggio poetico-musicale tra poeti e cantautori liguri; entrambi gli spettacoli sempre per la sapiente regia di Lazzaro.



Le parole hanno un peso specifico più della musica o viceversa?

Siamo immersi in una cultura della perfezione, del mito del successo, del vincente. Io penso che dobbiamo rieducarci ad una cultura che preveda la possibilità del fallimento, come possibile evoluzione di un percorso, senza per questo svalutarne il valore, la pienezza, la dignità e senza per questo sentirsi sconfitti. Soprattutto per le giovani generazioni.
Bisognerebbe piuttosto celebrare l’elogio del fallimento, come occasione per rinascere, per rinnovarsi, per trovare nuove vie e nuovi stimoli, nuove occasioni ed opportunità. Per rimettersi in ascolto.
Io ritengo che valga di più l’emozione trasmessa dall’autenticità e dalla verità dell’imperfezione, che non per questo è priva di bellezza, anzi affatto!
Nell’imperfezione c’è sempre un margine di miglioramento, una possibilità di ricerca, di evoluzione. Non nella perfezione; oltre non puoi andare.
La musica e le parole quindi devono esistere armonicamente, una in funzione dell’altra, e diventano alla fine “perfette”, non perché inserite in schemi e strutture prestabilite, ma in funzione di quello che vuoi esprimere e che vuoi trasmettere, della vita che c’è dentro, o almeno io la penso così…
Mi viene in mente ad esempio Vasco. Ha scritto spesso canzoni con pochissime parole, ma che arrivano con una potenza disarmante.

In tantissimi associano la musica alla Matematica… c’è un paragone possibile anche con la Biologia?

Certo che sì!
Oltre a fare il cantautore io svolgo l’attività di Biologo Nutrizionista, come Libero Professionista.
“Qualcuno” 2000 anni fa ha detto “Non di solo pane vivrà l’uomo”…
Grazie al mio lavoro di Nutrizionista sempre più spesso mi rendo conto di quanto le persone, oltre alla necessità di ritrovare un rapporto migliore, più equilibrato e corretto col cibo, esprimano indirettamente anche un forte bisogno di ritrovare e ristabilire un rinnovato equilibrio con se stessi e con gli altri, un’armonia con la natura e tutta la sua energia e bellezza.
In questo senso quindi il nostro fisico, il nostro cervello, la nostra psiche, i nostri sensi hanno bisogno di nutrirsi anche di arte, di cultura, di spiritualità, di sentimenti, di emozioni, di sogni, di bellezza e di musica… tanta musica…
Tutti siamo connessi in un unico grande sistema che abbiamo chiamato Universo. Basti pensare anche alle più moderne teorie quantistiche.
In questo senso allora la musica non è solo Matematica, e Biologia, ma anche Fisica, Chimica…
L’Universo muovendosi crea musica.

Quali sono le emozioni che più ti spingono a scrivere?

Desiderio, gioia, nostalgia, felicità e tristezza, a volte rabbia, sono quelle che più caratterizzano il mio impulso alla scrittura e che emergono maggiormente quindi dalle mie canzoni.
Ma lo si potrà scoprire meglio durante il live che farò domenica 17, alle 18:00, sulla pagina “Dal Palco di Casa Mia”, in cui presenterò per la maggior parte brani miei.
E per chi fosse interessato a saperne di più, può seguirmi sulla pagina FB “Black – Matteo Troilo Songwriter”.

Autore dal 2001 ti piace cimentarti anche nella riscrittura di canzoni conosciute dal grande pubblico. La tua ultima è “virusversa”. Potremmo definirli dei veri e propri esercizi di stile.
Quanto sono propedeutici alla tua creatività?

Virusversa è stato un po’ un episodio giocoso, un esercizio di stile come hai scritto. Eravamo nei primi giorni dell’emergenza Covid-19 e c’è stato un momento in cui ragionavo, da biologo, sul meccanismo della trasmissione del contagio, sulla sua complessità e su come fosse difficile spiegarlo e farlo capire alle persone.
E proprio quest’idea del “complesso meccanismo” ha fatto sì che nei miei pensieri risuonassero, per assonanza, le parole della bellissima canzone di Gabbani. Poteva essere forse più efficace provare a spiegarlo con una canzone? E quale poteva essere se non proprio la stessa “Viceversa”?
 Così è nata “Virusversa” pensando che fosse un modo simpatico ed un po’ ironico per trasmettere un messaggio e un concetto così importante per la nostra salute.
Ma è stato appunto un gioco ed un esercizio di stile. E il gioco è creativo per definizione, per cui va da sé…

Il tuo rapporto con il pubblico?

Mi piace creare un ponte, un contatto con il pubblico. Immaginare e percepire il pubblico come una grande famiglia, un gruppo di amici che si ritrovano in cui si ha voglia di stare insieme e cantare insieme, una festa. Quando succede di sentire che il pubblico sta provando le tue stesse sensazioni ed è connesso alle tue emozioni, mi trasmette una grande energia e forza vitale.

E con i festival?

I Festival sono sempre stata un’occasione per scoprire nuovi artisti, nuovi talenti da cui sempre ricevere ed imparare qualcosa e scambiare sensazioni e idee, instaurando magari nuove collaborazioni e quindi anche nuove amicizie. Ho quasi sempre respirato un grande senso di appartenenza, di unità, non solo tra gli artisti ma anche con lo staff e l’organizzazione dei Festival e il pubblico, merito come sempre della musica.
Un po’ diverso il clima che si respira nei concorsi, in cui si sente in modo decisamente marcato lo spirito di competizione, ma se non pensi al risultato ma semplicemente a portare sul palco ciò che sei nel modo più intenso e migliore possibile, allora tutto assume un sapore diverso, più divertente, e la sfida non diventa più nei confronti degli altri, a chi è più “bravo”, ma con te stesso nel cercare di esprimere nel modo più forte ed autentico chi sei. E, sarà banale ma vero, è un continuo imparare e mettersi in discussione.
L’ultimo concorso a cui ho partecipato è stato “Un mare di stelle” – Concorso Canoro di Arenzano, dove ho presentato la canzone “Una notte d’inverno”, arrivata in finale. E’ stata un’esperienza decisamente molto intensa e con una giuria di grande qualità (tra cui Emanuele Dabbono e Armando Corsi) e un’orchestra di trenta elementi, messa a disposizione dell’organizzazione per l’arrangiamento del brano. E’ stato un po’ come una piccola “Sanremo” e andare sul palco con l’orchestra che ti accompagna in un tuo brano, beh è stata una delle emozioni più forti che abbia provato tra i concorsi e i festival a cui ad oggi ho partecipato.
Ma lo considero solo come un inizio, o meglio, un nuovo inizio…

Sei fondatore nel 2016 del gruppo London Valour Tribute band Fabrizio De André. Come è nata questa esperienza e quale De Andrè ama rileggere / risuonare?

Il gruppo nasce dalle macerie di un precedente progetto. Ci siamo ritrovati in 4, Io, Fabio Gandini (bassista), Andrea Bono (chitarre) e Alice Nappi (la nostra amata prima violinista, ora suona con noi l’altrettanto amata e bravissima Benedetta Bollo), a suonare le canzoni del nostro Faber e abbiamo deciso di continuare insieme il nostro percorso musicale nelle poesie di Fabrizio, completando poi la formazione con l’amico Enrico Bovone alle percussioni.
In realtà siamo un “tributo” un po’ atipico, preferisco definirla una “friends band” più che una “tribute band”, e forse prima o poi cambieremo il nome, identifica meglio ciò che siamo ed è quello che effettivamente si respira tra di noi, e quello che respira il pubblico durante i concerti, un senso di amicizia che ci lega a Faber, tra di noi e col pubblico. Non vogliamo imitare Faber, e non ci pensiamo neanche: Faber è inimitabile. Ma lo viviamo e lo sentiamo a modo nostro, ognuno trasferisce il proprio vissuto nella sua musica e nelle sue poesie, che diventano nostre.
Fabrizio De André è patrimonio dell’umanità.
E nella sua poetica dedicata agli ultimi, agli emarginati, agli sconfitti, riscopriamo una parte di noi, ed è quella che amiamo e vogliamo cantare e che portiamo sul palco nei nostri concerti, in cui tutti ci riconosciamo e tutti si riconoscono.

Te lo ricordi il tuo primo incontro in musica con De André?

Fin dalle mie prime note in cui, da ragazzino, imbracciavo goffamente la prima chitarra, De André è sempre stato presente, anche se allora non conoscevo molto di lui.
La prima canzone di Faber che imparai a suonare da adolescente, avevo circa 15 anni, è stata “Canto del servo Pastore”, la sentivo molto vicina a me, così intima e personale. Inizialmente non sapevo fosse sua, ma sembrava come se fosse stata scritta apposta per me, come se conoscesse perfettamente chi fossi, da sempre. Così cercai l’autore e con grande sorpresa scoprii che era lui.
Similmente è stato per l’ “Ave Maria” (tratta da “La buona novella”), una delle prime che imparai.
Questa è la forza, la sensibilità e la genialità di De André, saper parlare a ciascuno di noi, come se fossimo i “prescelti” destinatari del suo messaggio.

Quali altri cantautori, se ci sono, ti hanno illuminato?

Fin da ragazzino ho sempre avuto una grande passione ed ammirazione per Bruce Springsteen e per la sua musica avvolgente e travolgente. “Invidio” l’energia e la carica vitale, lo spessore, che riesce a trasmettere con le sue canzoni e la sua musica, è sempre stato di forte impatto emotivo ed esempio di riferimento per me.

Quali hai conosciuto o avresti voluto conoscere?

Beh l’elenco è lungo :-), ma tra tutti inevitabilmente senza dubbio Fabrizio De André. Mi piacerebbe poi conoscere Bruce Springsteen. Mi piacerebbe, per entrambi, anche solo semplicemente averne potuto o poterne percepire da vicino il carisma, la spiritualità, l’umanità, oltre l’artista.

Con quali vorresti collaborare?

Ultimamente tra gli altri ascolto molto Niccolò Fabi e Brunori Sas.
Ma l’idea di collaborare con loro sarebbe forse troppo pretenziosa…

Stai lavorando al tuo primo album. Ce lo racconti attraverso le immagini principali che lo ispirano?

E’ un album che parla di pioggia, di sabbia, di vento, di luna piena, d’inverno, di Africa, di notti, di profumo di donna, di pelle, di distanza, di mare, di sguardi, di balli, di domani, di sogni, .. e di pesto!

La prima cosa che farai quando il Covid sarà meno minaccioso?

Senza dubbio un concerto live! Come inno alla vita, con e per tutte le persone che mi hanno seguito e hanno condiviso le mie dirette streaming in questi mesi, sulla mia pagina FB e sul mio gruppo FB “Meeting in Black – On Demand Concert Live Streaming Series”!

di Giovanni Pirri

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