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Le Interviste di Allinfo.it | Intervista con Lino Rufo

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Lino Rufo un bluesman di tutto punto che, ad un certo punto ha fatto propria l’arte della musica, dal folk all’elettrico al pop.

E’ anche un autore con attività ultra quarantennale, proveniente dalla it/RCA di Micocci. Ha suonato molto in area romana (Folk Studio, Convento occupato, Alexanderplatz, Fonclea, Arciliuto, ecc.), effettuato vari tour nazionali e internazionali (Pooh, V. Rossi/A. Fortis/ M. Ferradini/L. Rufo, John Mayall, ecc.) e diversi festival. E’ ideatore di Format e trasmissioni radiofoniche.

Lo abbiamo intervistato per voi.


Un giorno importante il 24 maggio. Ti ha cambiato in qualche modo la vita come musicista?

Il giorno in sé no, ma la nascita di Dylan sì, l’ha cambiata a tutti quelli che suonano su questo pianeta.

Una carriera lunghissima qual è la parte del repertorio di Bob Dylan che più ti ha appassionato?

Quando ho adottato l’artista, ho accettato tutta la poliedricità delle sue proposte, dal folk all’elettrico al religioso al blues. Ha avuto moltissimi cambiamenti che hanno saputo sempre coinvolgermi ed emozionarmi.

Spesso la musica ci fa ricordare il momento esatto in cui eravamo mentre stavamo ascoltando una musica, un brano. Ti ricordi il momento esatto in cui hai ascoltato Bob?

La prima volta che ho ascoltato Bob avevo otto anni e lui stava già passando dal Folk al Rock. Ero al mio paese natale e un mio amico che veniva dagli USA (si chiamava Lino) mi faceva ascoltare i dischi del momento, fra cui Dylan. Il pezzo che mi prendeva molto era Subterranean Homesick Blues.

Chi sono invece gli altri che ti hanno formato restando per te un esempio indelebile? Non solo negli ascolti ma anche in termini di collaborazione quando hai deciso di imbracciare la chitarra.


Come è stato suonarla la prima volta da neofita e da professionista?

Influenze? Ogni cosa mi abbia dato delle buone vibrazioni, nel bene e nel male. Più di altri i Canned Heat, Booker T. Jones & Mg’s, Jefferson Airplane, Allman Brothers Band, James Taylor, Bob Dylan, Eric Clapton… Mi sono formato da solo, da completo autodidatta. Non c’è stato mai un passaggio vero da neofita a professionista. Quando avevo nove anni, infatti, stavo cercando di suonare “Ho in mente te” sulla chitarra, ma a metà pezzo mi sono interrotto, dicendo a una mia amica: “Secondo me possiamo scrivere qualcosa di meglio!” E ho cominciato a scrivere canzoni mie che cantavo dovunque, senza alcuna velleità o esigenza di affermazione, solo il puro piacere di eseguirle. Poi, per caso, in una cena da amici, mi ha scoperto Baldazzi, che mi ha portato da Micocci, ed è iniziata questa carriera, ma non mi sono mai proposto a nessuno in prima persona, non sono proprio capace di farlo! Penso quindi, che il passaggio da neofita a professionista non è mai avvenuto realmente, dal momento che continuo tuttora a cercare quel bambino che continua a esistere dentro di me, senza alcuna aspettativa commerciale.

Quando hai preso, invece, la decisione di fare il tuo nuovo album? L’ultimo. Quello degli inediti pre-pandemia.

Era l’estate di due anni fa. Si era da poco disgregato il mio gruppo, noGospel, e avevo l’esigenza di tirare fuori un prodotto personale per continuare il mio percorso attraverso una nuova proposta. Ho deciso allora di chiamare Yuki, che si è messo subito ad arrangiare i brani, e altri musicisti con cui collaboro da sempre e siamo entrati in studio per registrare “Le mutazioni del lupo”.

Ascoltando il disco, leggendo le recensioni, tante e tutte positive, si comprende che il lupo a cui alludi nel titolo sei chiaramente tu ?

Si, sono io, che vengo dal Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise (addirittura nel corso del tempo diversi amici mi hanno dato l’appellativo di ‘Lupus’, anche Dalla, ma non mi sono mai chiesto il perché), ma in realtà è anche la natura di un uomo che vorrebbe un cambiamento profondo nell’umanità, che non avviene mai. Il lupo rappresenta forse un moderno Zarathustra di Friedrich Nietzsche, che si allontana dal mercato degli uomini e raggiunge la purezza della montagna, per lavarsi e liberarsi dai mali del progresso.

12 brani dodici emozioni diverse. Tutte sfumature in chiave blues / pop / rock della tua anima?

Sempre dalla mia anima provengono le canzoni che scrivo e le sfumature di vario genere (anche musicale) derivano dai differenti mood. Poi, da sempre, credo che un album debba avere atmosfere e toni diversi, come gli avvenimenti e i colori di una giornata o anche della vita e, se fosse monocorde, diventerebbe pesante, monotono e da accantonare al primo ascolto non completato. Mi succede con molti dischi, soprattutto di cantautori.

Un album “semplice” ma anche “complesso” perché parla in fondo di te, del tuo universo. Un’occasione per conoscersi ancora meglio?

Sì, per conoscersi e per farsi conoscere. La semplicità spesso è più complessa di quanto agli altri sembra più sofisticato. Tutto è nella sincerità e nella purezza dei sentimenti. Spesso assistiamo a una congerie di proposte di ‘parolai e mestieranti’, anche stimati in giro, che usano metafore complesse, riferimenti biblici, citazioni di grandi poeti, ma, di continuo, mi chiedo quanto ci sia di vero in quello che dicono! Lo fanno per stupire o perché ci credono? Credo che ognuno dovrebbe attingere dalla propria vita e basta, perché la verità per ognuno di noi è solo nel nostro istinto ed è semplicità assoluta perché indica purezza e pulizia. Ho tre lauree e potrei giocare a fare l’intellettuale quanto quando e come mi piaccia, ma quanto sarei sincero e intellettualmente onesto con me stesso e con gli altri?

Quando ti sei riascoltato a disco finito? Sempre che si riesca mai a mettere la parola fine ad un disco.

Se un disco ti piace lo ascolti e riascolti all’infinito. Questo disco non riesco a fare a meno di ascoltarlo. Spero che lo scoprano anche gli altri, perché persino io, ad ogni ascolto, scopro sempre con stupore cose nuove e diverse.




C’è un messaggio di fondo che lega le canzoni ed è rivolto a chi ascolta il disco? 
Oppure preferisci che siano gli altri a trovare un filo che leghi tutto?

È vera sia l’una che l’altra cosa. Mentre Rino scriveva ‘Mio fratello è figlio unico’ gli chiesi: “Rino, ma che cavolo stai scrivendo?” Mi rispose: “Boh! Lino, non lo so, ma col tempo riusciremo a scoprirne il significato o lo faranno gli altri!”
Ad ogni modo il filo che lega tutto è la nostra fede in quello che facciamo e il legame con la sincerità di quello che esprimiamo, attraverso la trasparenza che lega i nostri pensieri e le nostre azioni al filo della coerenza.

La Pandemia che abbiamo vissuto in quarantena che effetti avuto su di te dal punto di vista artistico?

Benefico assolutamente. Ho fatto dirette live. Ho scritto diversi articoli che mi hanno dato grande soddisfazione. Ho scritto quasi tutti i brani del mio prossimo album e li già inviati in Inghilterra per la pre-produzione.

Quale sarà la prima cosa che farai quando potremo lasciarci alle spalle l’emergenza e il distanziamento?

Innanzi tutto farò finalmente dei concerti di presentazione delle “Mutazioni del lupo”, che non ho potuto ancora portare al pubblico e assumerò la direzione artistica di diversi eventi che mi hanno affidato e stanno aspettando di essere posti in opera.

Progetti a cui stai lavorando?

Festival Jazz, Festival blues, Festival di serenate e canzoni d’autore, Nuovi format radiofonici e televisivi e, naturalmente, il mio prossimo disco.

di Giovanni Pirri

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